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di Maddalena Papacchioli

Bologna non è più Blu. Lo ha deciso lo stesso writer che, stanotte, insieme a un gruppo di attivisti dei centri sociali Crash e XM24, ha cancellato le sue opere dai muri della città che aveva colorato a cielo aperto, da vent’anni ad oggi.

Il famoso artista di strada risponde così, con uno schiaffo a colpi di vernice grigia, all’iniziativa del comune felsineo di smontare le sue opere murarie e “proteggerle” al chiuso di un museo. L’occasione doveva essere offerta dalla mostra “Street Art-Bansky & Co. L’arte allo stato urbano”, che si inaugura il 18 marzo a Palazzo Pepoli, sostenuta da Fondazione Cassa di Risparmio di Bologna e prodotta da Genus Bononiae.

Il movente che ispira l’azione di pulizia muraria da parte delle amministrazioni comunali è sempre il cosiddetto “decoro urbano”. E il caso di Bologna non è un’eccezione. Ma qui c’è un’aggravante, che è costituita dal tentativo di monetizzare su una materia per la quale non si deve e non si può. Perché la street art è nata libera e tale dovrebbe rimanere. L’alibi che viene sfoderato è quello della necessità di “salvaguardia delle opere”. Ma non regge.

Così, il collettivo di scrittori Wu Ming, sul blog Giap, sintetizza la questione:
“La mostra “Street Art” è il simbolo di una concezione della città che va combattuta, basata sull’accumulazione privata e sulla trasformazione della vita e della creatività di tutti a vantaggio di pochi. Di fronte alla tracotanza da landlord, o da governatore coloniale, di chi si sente libero di prendere perfino i disegni dai muri, non resta che fare sparire i disegni. Agire per sottrazione, rendere impossibile l’accaparramento. Non stupisce che ci sia l’ex-presidente della più potente Fondazione bancaria cittadina dietro l’ennesima privatizzazione di un pezzo di città. Questa mostra sdogana e imbelletta l’accaparramento dei disegni degli street artist, con grande gioia dei collezionisti senza scrupoli e dei commercianti di opere rubate alle strade. Non stupisce che sia l’amico del centrodestra e del centrosinistra a pretendere di ricomporre le contraddizioni di una città che da un lato criminalizza i graffiti, processa writer sedicenni, invoca il decoro urbano, mentre dall’altra si autocelebra come culla della street art e pretende di recuperarla per il mercato dell’arte”.

A parte il fatto che una mostra museale di arte di strada è già una contraddizione in termini, è piuttosto curiosa la schizofrenia del potere che da un lato sanziona i murales (o meglio, gli autori, con multe salatissime) e dall’altro ne riconosce il valore estetico, promuovendoli con il titolo di “opere da museo”.

Ma ci si offre, con la cronaca, l’occasione di ragionare sul concetto discutibile di “salvaguardia” delle opere. Salvaguardare è una precauzione apprezzabile se applicata all’arte di tipo tradizionale, che nasceva con l’intento superbo di essere tramandata ai posteri. Tantopiù se si parla di un’epoca in cui l’arte era ben lontana dalla sua riproducibilità tecnica. Ma siccome la Street Art ha a che fare con il Postmoderno, i codici di lettura per questa forma di espressione artistica sono altri, e si basano sulla contemporaneità, che non si proietta nella pretesa di conservazione per il futuro. E seppure lo facesse, avrebbe dalla sua le infinite possibilità offerte dalla riproduzione digitale.

L’artista di strada sa che la sua arte è l’espressione coerente, per forma e contenuti, dei tempi che corrono. E non si spaventa del fatto che nella corsa, sia compresa la possibiltà di un’ usura veloce dell’opera stessa. E’ il destino inevitabile dei Tactical Media. Un murale è esposto al sole, alla pioggia, alle ristrutturazioni edilizie, alle ordinanze comunali per il decoro urbano. Nessun writer che si rispetti, nel momento in cui crea il suo lavoro, confida nel fatto che durerà in eterno. E ne è consapevole già dal momento in cui decide di impugnare una bomboletta spray anziché impugnare un pennello. Perciò, la solerzia delle amministrazioni pubbliche e dei banchieri appassionati d’arte, appare fuoriluogo e fuorisenso. Sul piano semiotico, si direbbe che siamo di fronte ad un caso di “decodifica abberrante” del messaggio, in quanto quest’ultimo (ovvero l’opera di street art) presenta una disparità di codice tra emittente e ricevente. Insomma, chi parla usa una lingua diversa da chi ascolta. Non ci si può comprendere.

Inoltre, mi viene da notare che in questa volontà di rinchiudere l’arte di strada in un museo, si possa leggere anche un’intenzione di delegittimazione ideologica verso una forma di espressione creativa che nasce all’aperto proprio perché vuole essere gratuita. L’arte di strada, scegliendo una sua dimensione pubblica, è un bene comune. E tale dovrebbe rimanere. Chiuderla in un museo, vuol dire sminuirla e snaturarla. Il museo è un luogo protetto e dedicato dove l’arte si contempla (a pagamento) al riparo da interferenze esterne e contaminazioni, che invece sono proprio elementi costitutivi della Street Art. Il “rumore” della strada, che è quello che disturba la fruizione artistica secondo le pratiche di consumo tradizionali, è invece il sottofondo necessario al compimento e al godimento pubblico dell’opera di street art.

In questo consiste il suo valore politico. E perciò, la scelta di Blu che decide di “autodistruggere” il suo lavoro, piuttosto che vederlo segregato all’interno di una sala museale, è essa stessa un’opera d’arte. E non c’è gesto più poetico e più politico, da parte di un artista. In questa operazione di sottrazione, di cancellazione del segno, sta l’atto di denuncia contro il potere e la sua ipocrisia interessata.

E così, la scorsa notte, a Bologna, Blu ha compiuto la sua “opera omnia”. Ha liberato l’arte, l’arte che libera tutti.

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