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di Francesco Merlino

È luglio e, quando Perugia si ricorda che è estate tanto da annichilire anche l’effetto che l’ansia pre-esame ha solitamente su di te, non puoi far altro che riporre l’etica dello studente modello, chiudere il libro ed abbandonare il più rapidamente possibile la scrivania, alla ricerca di refrigerio fisico e spirituale.

Dopo aver Quasar ceduto alla tentazione dei potenti getti d’aria condizionata sparati a propulsione nei periferici centri commerciali, uno sguardo fuori dalla finestra del mio panoramico quarto piano e qualche rimasuglio di patriottismo mi convincono ad intraprendere una passeggiata in direzione della Rocca, tenendo conto più del refrigerio spirituale, meno di quello fisico.

Proprio quando inizia a farsi sentire il peso del rimorso, un cartello, mai visto prima, quasi mimetizzato senza velleità di fama con il colore del muro retrostante, mi viene in soccorso; sono all’inizio di via Fatebenefratelli, dove piazza del Circo incontra viale Indipendenza.

Museo del vetro – studio Moretti Caselli”.

Incuriosito ed affannato decido di accogliere l’invito della freccia che mi indirizza verso un portone pochi metri più in là.

Suono il campanello, ignaro del fatto che chiudendo quel portone dietro le mie spalle non avrei abbandonato solo la torrida estate ma avrei scoperto un mondo nuovo.

Maddalena mi accoglie con gentilezza all’interno dello studio e, dopo avermi chiesto di offrire un minimo obolo alla causa (sicuramente meno di quanto avrei versato per un trittico in bianco, grigio e nero di calzini spugnosi della Dea Vittoria in uno dei sopracitati centri commerciali), mi guida tra meraviglie nascoste.

E’ la più giovane discendente della famiglia Moretti Caselli, che si dedica all’arte della pittura su vetro da quando Francesco Moretti (1833-1917), pittore, restauratore, direttore della Pinacoteca (oggi Galleria Nazionale dell’Umbria), ispettore di antichità e belle arti, direttore ed insegnante presso l’Accademia delle Belle Arti di Perugia, sul finire dell’800, acquistò quella che sarebbe diventata la sua dimora ed il suo studio, affascinato dalla sua storia.

Si tratta della vecchia dimora quattrocentesca di Guido Baglioni, unica casa Baglioni sopravvissuta alla piazza pulita ordinata da Papa Paolo III per costruire la Rocca Paolina.

La casa, timida e riservata, ma non per questo meno affascinante, sembra essere la sorella minore della coeva Sala dei Notari, con volte in legno, pareti decorate e profumo di storia: un gioiello impossibile da immaginare dal muro spoglio di pietra sporca con cui si presenta alla strada.

Moretti non seppe resistere (sfido chiunque a farlo). Decise che quella suggestione antica avrebbe fatto da cornice alla sua affascinante produzione artistica, che curava insieme al nipote e collega Lodovico Caselli (1859-1922), uno che, per intenderci, aveva condiviso più di qualche minestra con Papa Leone XIII (prima arcivescovo di Perugia), tanto che quest’ultimo gli affidò le decorazioni pittoriche della chiesa di San Costanzo e del Duomo di San Lorenzo.

Francesco Moretti e Lodovico Caselli danno così inizio alla appassionata e frenetica attività di uno studio che, a metà tra atelier e fucina, diviene padre di opere maestose come il restauro della vetrata di San Domenico (poco importa che sia la più alta d’Italia se ci si sofferma sulla sua bellezza), la realizzazione dell vetrata di San Lorenzo, quella del duomo di Orvieto, della Basilica di Santa Maria degli Angeli, del Santuario della Santa Casa di Loreto, di un ritratto su vetro della Regina Margherita di Savoia (quella della pizza) risalente al 1881, tanto stupefacente da essere scelto per rappresentare l’Italia in ben tre esposizioni mondiali, a Londra, Roma e Milano.

Quella della lavorazione e della pittura del vetro è un’arte schiva, sempre nascosta dietro alle più alte sorelle maggiori. Eppure Maddalena mi spiega e mi dimostra come sia anche la più complessa, mettendo a nudo il mio stupore e la mia ignoranza.

É un’arte invisibile, come il vetro stesso.

Non si fa notare, partecipando silente ma indispensabile, sotto forma di giochi di colore e di forme, alla bellezza del nostro intorno.

Non si tratta solo di colori e di pennelli: giocano un ruolo fondamentale anche la cottura, che serve a trattenere il colore ed impregnarne il vetro, e la luce, che trapassando l’opera le dà vita e crea colori altrimenti inesistenti, come l’oro dei gioielli della Regina Margherita, che svanirebbe come per magia senza la corretta illuminazione.

Ero già pronto a salutare Maddalena, reputando di aver ottenuto decisamente troppo rispetto alle pretese che mi ero portato da casa, quando lei mi mostra uno schizzo raffigurante l’”Ultima Cena” di Leonardo da Vinci e mi confessa, con una tranquillità che non combaciava con la grandezza dello scoop, che il Cenacolo di Leonardo era stato realizzato in quelle stanze.

Appellandomi alle mie poche ma salde conoscenze frenai lo stupore, ricordandomi che il Cenacolo è una pittura parietale e che, in quanto tale, dovrebbe essere sempre stato ben saldamente ancorato alla parete del refettorio di Santa Maria delle Grazie a Milano. La mia guida allora mi spiega che si tratta di una copia a grandezza naturale su vetro dell’Ultima Cena, realizzata da Rosa e Cecilia Caselli, figlie di Lodovico, della cui visione oggi può beneficiare l’abbronzatissima e sempreinciabattata popolazione di Los Angeles.

Proprio così.

La copia in questione è stata infatti commissionata da tale Dr. Hubert Eaton from California alle abili maestrie delle sorelle Caselli, delle quali aveva apprezzato il lavoro fatto nel restauro delle vetrate della basilica di San Francesco ad Assisi, dopo aver visto l’originale a Milano ed essersi letteralmente disperato trovandosi di fronte ad un capolavoro scolorito, svilito, morente.

Per conservare imperitura la bellezza di Leonardo decise di dargli vita nuova, rinvigorirlo con luce e colori brillanti.

Le sorelle Caselli impiegarono cinque anni a portare a termine la committenza, dal 1925 al 1930, incappando in non poche difficoltà, come la rottura durante il processo di cottura di diversi pannelli, alcuni dei quali conservati nel museo, e non ricavando un grande compenso, a causa delle conseguenze della caduta della borsa di Wall Street nel ’29.

Il Dr. Eaton si portò a casa l’opera terminata, che è oggi visibile presso il Forest Lawn Museum @ Glendale, LA per l’appunto.

La domanda che solitamente sento porsi troppo tardi da tutti gli amanti dell’arte è: perché l’arte italiana viene sempre sottovalutata da noi italiani? Perché la sua potenzialità, la sua bellezza viene riconosciuta sempre a migliaia di chilometri di distanza ma non da chi se la ritrova di fianco?

Io stesso ho sempre abitato a meno di 300 metri dallo Studio Moretti Caselli ma l’ho scoperto solo una settimana fa e poco più. E chissà quanti tesori, che sia colpa della pigrizia o della scarsa pubblicità, rimangono ai più nascosti.

La verità è che c’è chi, come amante dell’arte, si limita ad incontrarla sporadicamente, amarla a pagamento fuori da sguardi indiscreti, e chi decide di esserne marito, tutore e di prendersene cura.

Ho sempre pensato che un genitore non sia tanto chi ti dà la vita quanto chi dimostri di volerti bene.

E forse Mr. Eaton ha voluto semplicemente più bene alla nostra arte di quanto non facciamo noi. Forse dobbiamo limitarci ad accettare il fatto che l’arte stia meglio con genitori adottivi, che la nutrono e la accudiscono.

Mr. Eaton ha visto nitidamente l’arte che per noi è trasparente e della quale spesso non ci accorgiamo, a meno che non ci inciampiamo per caso, come è capitato a me in una afosa giornata di luglio.

Dimenticavo.

Prima di porre fine alla mia invadente presenza e ritornare alla sua arte, Maddalena mi ha confessato che esiste una seconda versione dell’Ultima Cena delle sorelle Caselli, una copia identica alla prima, commissionata alle artiste da un imprenditore italiano di ritorno da un viaggio in California, dove, ironia della sorte, si era imbattuto nell’opera del Forest Lawn Museum.

Questa seconda copia si trova a San Sepolcro (AR), a 50 minuti da Perugia se il traffico lo consente, conservata nella chiesa di San Giovanni in una stanza buia e quasi sempre chiusa al pubblico.

Lì attende l’arrivo di un nuovo Dr. Eaton che la porti alla luce, o chissà (la speranza è dura a morire) di un Dr. Rossi o Ferrari o Esposito.

Io non ne avevo idea e come me, probabilmente, molti.

Ma, sono sicuro, provate ad andare a Glendale e chiedere di “The Last Supper Window”…
“It’s amazing, man!”

Sposiamo l’arte, non limitiamoci a mandarle qualche mazzo di rose.

Chapeau Mr. Eaton.

Per maggiori informazioni visita il sito dello Studio Moretti-Caselli.

Qualche scatto amatoriale di questo meraviglioso luogo:

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