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The FLR – The Florentine Literary Reviewnata a Firenze nel 2016, è ad oggi una rivista letteraria bilingue in italiano e inglese, ideata dallo scrittore Alessandro Raveggi e curata dallo stesso Raveggi e da Martino Baldi, caporedattore. Contiene in ogni numero 6 racconti e 2 testi poetici di autori italiani contemporanei. Giunta al suo numero 5 uscito nel maggio del 2019, ha ospitato e tradotto, in soli 2 anni e mezzo di attività, alcuni dei migliori nuovi narratori e poeti italiani ed è stata invitata in Italia e all’estero in importanti fiere e festival (Salone del Libro, Tempo di Libri, Book Pride, tra gli altri), Istituti di cultura (Londra), università (UCL London). Di lei hanno parlato riviste di riferimento del mondo in lingua inglese come Literary Hub, Monocle e Writers Without Borders, nonché quotidiani e web-magazine nazionali e non.

Ho fatto quattro chiacchiere con Alessandro, chiedendogli di raccontare la storia del progetto e di descrivere il contesto culturale in cui si inserisce.

Come sta la narrativa italiana? Cosa significa oggi scrivere racconti? Qual è il ruolo delle riviste letterarie?

Lascio a lui la parola.

***

Francesco Merlino: Ti sento molto male.

Alessandro Raveggi: Mi senti male?

FM: Sì.

AR: Io ti sento benissimo.

FM: Ora anch’io.

AR: Tanto…ramarrisvistuo, no? Capisci quello che dico?

FM: Sì sì sì sì… ti ruberò poco tempo, so che sei impegnato. Solo qualche domanda sulla rivista, e non solo.

AR: Sì.

FM: Intanto ti chiederei di ripetermi a voce com’è nato il progetto, quali erano i vostri obiettivi.

AR: The FLR nasce dall’idea di tradurre [fruscii in sottofondo]… no, più che di tradurre, di far conoscere la letteratura italiana contemporanea – che io leggo con un occhio di riguardo – anche al resto del mondo. Per esempio, ci sono scrittori americani, come Colson Whitehead – colleghi, che sono stati qui da noi – che mi chiedevano con insistenza: cosa devo leggere della vostra letteratura contemporanea? E io gli rispondevo col nome di qualche trentenne, dicendo: scrive cose interessanti, lavora bene sul linguaggio e cose del genere. Però, alla fine, mi ritrovavo senza del materiale da dargli. Allora loro tornavano sempre a De Carlo, ai classici no? Chiedi agli scrittori americani o anglosassoni chi leggono e il novanta per cento legge sempre i soliti, che poi, per l’amor di Dio, Calvino…

FM: Certo, certo.

AR: Quindi è nato tutto da questa esigenza, un’esigenza anche un po’ da professore: avere del materiale da dare ai miei studenti, non solo ai miei colleghi di lingua inglese. Poi, nasce dalla voglia di fare una rivista a Firenze, partendo da Firenze e cogliendo quella che – secondo me – è di Firenze una delle principali caratteristiche (anche se non ancora così capita), e cioè quella che sia, di fatto, una città bilingue. Una città che viaggia allo stesso tempo su due canali diversi: l’italiano e l’inglese. Da qui ovviamente il nome e l’idea di associarlo all’aeroporto (FLR). In qualche modo questa rivista doveva diventare un secondo esordio per molti autori, molti autori già affermati in Italia, la cui pubblicazione in inglese poteva portare e ha portato a un loro secondo esordio verso il resto del mondo.

FM: Un trampolino di lancio verso l’estero, diciamo.

AR: Sì. Ovviamente non ci intromettiamo nel lavoro che fanno gli agenti. Però certe collaborazioni che abbiamo messo in piedi hanno portato frutti inaspettati. Questa è un po’ l’idea di partenza.

FM: Ho visto nell’ultimo numero, che ho sottomano, un racconto di Paolo di Paolo. Immagino che anche nei precedenti ci fossero nomi di punta…

AR: Abbiamo avuto nel primo numero Filippo Tuena, autore a cui sono molto legato. Poi abbiamo avuto Laura Pariani, Alessandra Sarchi, autori finalisti al premio Strega. Claudia Durastanti: lei rappresenta a mio avviso un po’ una novità, il prototipo di nuovo autore italiano che si muove tra più culture. Lei può farlo anche perché, come sai [FM: non lo so…] è nata in America. La rivista segue questo trend, questa suggestione, che l’Italia oggi debba sì avere una propria identità ma debba anche rilanciarsi a livello internazionale, usando l’inglese come lingua franca. Non c’è l’idea di sottomissione all’inglese, anzi.

FM: Spingendoci oltre la rivista, visto che sei stato così gentile da avermi già mandato tutte le informazioni tecniche, vorrei chiederti qualcosa riguardo la forma-racconto. Il racconto, in Italia, com’è percepito? E perché è una strada così poco battuta, specialmente dai lettori? Perché io – che amo leggere racconti –, parlando con i ragazzi della mia età, ragazzi che definirei di cultura, che leggono molto, mi rendo conto che spesso non solo non hanno mai letto un racconto, ma che messi di fronte a questa forma narrativa si sentano in qualche modo spaesati, quasi che non riescano a immaginarsi di cosa si tratti.

AR: C’è un’idea che è stata veicolata dall’editoria: il romanzo è la forma regina e tutto il resto viene dopo. Il romanzo come possibilità di acchiappare più lettori, con le sue storie che si sviluppano e che evolvono in varie pagine eccetera eccetera è considerato – ed è uno stereotipo da sfatare – una forma più facile da poter vendere. Mentre il racconto, che ti impone una relazione fulminea, istantanea, con finali che spesso si interrompono bruscamente e lasciano un enigma, secondo me è considerata una forma commercialmente svantaggiosa. Questo è uno dei primi punti. E legato a questo è il fatto che nel racconto sia preponderante la questione dello stile, a volte anche a scapito della trama. In Italia abbiamo poco puntato sullo stile. Abbiamo avuto anche grandi stilisti, autori che hanno lavorato sullo stile e quasi solo su esso, da Gadda in poi o anche prima, con le avanguardie.

FM: mi viene da pensare a Buzzati.

AR: …mentre abbiamo avuto pochi narratori in grado di combinare stile e storia. Quindi, in un certo senso, il racconto era una merce di nicchia, basato tutto sullo stile, in cui l’autore dimostrava la sua maestria ma che in realtà, alla fine, coinvolgeva poco i lettori. Secondo me è questo principalmente il motivo. L’altro motivo che posso pensare è che, avendo io studiato molti racconti alla scuola superiore, ci sia stata una mancanza da parte degli insegnanti nel far recepire questi racconti come opere concluse, come esempi autonomi di maestria e comunicazione. Anche a scuola, alla fine, il romanzo è la forma principe mentre il racconto viene solo usato in classe. Bisognerebbe forse lavorare su questo fatto. Cioè: perché il racconto viene studiato in classe? Perché è una condensazione magistrale, ecco.

FM: Sì, anch’io pensavo proprio a questo. Alle superiori, per esempio… tu mi hai detto di averne letti parecchi, io davvero pochi in realtà. Tutto era molto più concentrato sul romanzo e devo dire che quando sono uscito dal liceo il racconto lo conoscevo e non lo conoscevo.

AR: Se io però penso a Pirandello, penso alle Novelle. Se penso a Verga…

FM: Sì, Verga, è vero.

AR: Quelle erano le cose che io facevo. Calvino: i racconti. Ma perché il tempo era quello che era. In una mattinata potevi leggerti un racconto e parlare di Calvino e del neorealismo. Però poi ne rimaneva poco. Rimaneva comunque il Calvino come scrittore di Il sentiero dei nidi di ragno, non dei racconti.

FM: Penso a chi ha velleità letterarie. Penso al mondo americano, in cui – correggimi se sbaglio – il racconto è stato sempre visto come primo punto d’attracco nel mondo della letteratura; penso a Salinger e alla sua ossessione di vedersi pubblicato sul New Yorker. Mentre in Italia chi ha velleità di questo tipo, magari pubblica racconti su qualche rivista letteraria, che – e dopo mi piacerebbe parlarne – non sono così tante e non so quale eco abbiano, però subito si cimentano col mantra: devo scrivere il mio romanzo.

AR: è sempre lo stesso discorso. Se il mercato promuove l’idea che il romanzo sia la forma vincente, chi vorrà esordire vorrà farlo col romanzo. Mentre credo che il romanzo sia davvero un approdo duro e difficile da fare. Forse tra i trenta e quarant’anni. Ma forse bisognerebbe aspettare, lavorare molto sulla lingua. È vero quello che dici, che nel mondo anglosassone il racconto è usato proprio per esordire e viene tenuto molto in considerazione. Noi non abbiamo il New Yorker che invita gli autori più importanti in circolazione a pubblicare con loro. Ma se guardi l’editoria, non solo nordamericana ma anche latinoamericana, le raccolte di racconti sono considerate al pari dei romanzi– anche se è sempre una forma un po’ più problematica, soprattutto dal punto di vista delle vendite, a meno che non sia una raccolta molto compatta dal punto di vista tematico. È rischioso spiegare una raccolta di racconti. Come lo fai? Se non come una costellazione di aspetti in relazione a un tema comune. Il mondo anglosassone è più portato, sì, anche se noi abbiamo avuto grandi raccontisti nel nostro Novecento. Grandissimi. Credo che questo sia il punto. Forse mi son perso… chi vuole esordire pensa al romanzo, ma è una forma che richiede tempo. Io cerco sempre, anche quando insegno scrittura creativa, di iniziare dal racconto. Perché ti permette di lavorare su un solo personaggio, di seguire un’evoluzione in breve. Ecco.

FM: Alla Scuola Holden di Torino ti bombardano di racconti. Ne leggi tantissimi, ci entri in sintonia. Poi il mio insegnate era Cognetti che…

AR: Il caso di Cognetti è emblematico. Il suo romanzo è andato molto bene, a me è piaciuto. Però lui rimane per me uno scrittore di racconti. E a volte penso che quel romanzo lì, Le otto montagne, avrebbe dato il massimo sotto forma di racconti.

FM: È una cosa che forse hanno trasformato in romanzo per ragioni di mercato.

AR: Esatto, esatto. Ho avuto sempre l’impressione che quello fosse un raccolto lungo che poi, per motivi personali forse, per voglia di confrontarsi con qualcosa di nuovo, è stato rielaborato. A me continua a piacere più il Cognetti raccontista. Ripeto: credo che romanzo e racconto si debbano parlare. Che chi scrive romanzi debba anche scrivere racconti – non necessariamente racconti meravigliosi, uno può anche fallire – e non riesco a capire i romanzieri che non hanno mai scritto racconti, e ce ne sono.

FM: Ti faccio un’ultima domanda, se posso.

AR: Ci sono, se mi senti. Sto passando da un autobus all’altro.

FM: Ti sento forte e chiaro. La domanda è quella che ti anticipavo prima: puoi dirmi due parole sulla condizione delle riviste letterarie in Italia, che poi sono il principale veicolo dei racconti?

AR: In realtà negli ultimi anni c’è stato un Rinascimento delle riviste (scusami se uso un termine caro alla mia città). Oltre al buon successo della nostra, ci sono state altre riviste, come Cadillac, come Colla, come Effe, che hanno lavorato molto bene di scouting, permettendo agli editori di tornare a leggere le riviste. C’è stato un momento in cui i racconti si trovavano solo online, e le riviste erano state accantonate. Parlo di tre, quattro anni fa. Io sentivo una certa aria positiva, allora mi sono lanciato: pubblicare una rivista letteraria bilingue, in Italia, è anche un azzardo. Ora tante riviste sono tornate all’attenzione degli editori. La rivista serve anche a esordire. Il primo esordio non si fa mai con un editore. L’esordio con la rivista mostra all’editore che sei un autore che segue un filo, non semplicemente che hai azzeccato un libro e poi sparisci dalla galassia. È la ricerca di una palestra. Fatto sta che il Premio Calvino ha istituito il Premio Calvino per il racconto, che ci sono stati editori che hanno ripreso a pubblicare racconti, ci sono osservatori sul racconto. E poi le riviste hanno – e tu con Edicola te ne renderai conto – sono tornate a fare prodotti… belli. La rete puntava più sul testo e sulla fruibilità del testo, a discapito della qualità. Si trattava solo di metterlo html (pensa a Nazione Indiana). Oggi si torna a coinvolgere gli illustratori, a fare riviste colorate, oggetti che debbano essere, in qualche modo, anche di design. Oggetti che facciano venire vogli di collezionare. Un mio grande rammarico è non aver fatto un cofanetto che racchiudesse i primi numeri di The FLR, con un formato particolare. Comunque, è evidente un ritorno al colore e all’illustrazione. Ma anche, appunto, al bilinguismo. È una possibilità di maturare, per la letteratura italiana.

FM: E io da lettore di racconti vi ringrazio.

AR: È paradossale, perché sembra di mettere un ostacolo con la lingua inglese, però poi ti rendi conto che dai un qualcosa in più. Ovviamente la maggior parte dei nostri lettori sono italiani, anche per problemi di distribuzione. Noi abbiamo quindici librerie in tutto il mondo che ci tengono, ma è rischioso. L’online aiuta in questo: ci hanno comprato in Australia, America… Persone che ci hanno scritto dal Minnesota…

FM: E questo è bello. Ti ringrazio e ti saluto con una domanda abbastanza triviale e inutile che è: quele il tuo racconto preferito? O la tua raccolta se preferisci.

AR: Italiana?

FM: Anche straniera.

AR: Che posso dire. Il pallone, di Barthelme. Che mi rimanda alla raccolta di racconti preferita, che è La ragazza dai capelli strani di David Foster Wallace. Anche se forse la prima in assoluto è Atti innaturali, pratiche innominabili, uscita in Italia una decina, quindicina di annio fa. Per parlare di classici, uno dei maestri assoluti del racconto è Gogol’. Sono meno ferrato sui francesi. Gli americani hanno fatto faville. Tu parlavi di Salinger… Attualmente mi interessa molto il ritorno al racconto che c’è in Irlanda e Scozia. Avevo letto una raccolta che ti consiglio, sperando di poterla portare in Italia, di una scrittrice che si chiama Eley Williams. Il libro si chiama Attrib. Credo possa essere un nuovo approccio al racconto. Tagli sulla realtà in cui il linguaggio ha una grande importanza.

FM: Grazie della dritta allora e della disponibilità.

AR: Grazie a te, e scusa se a telefono si fa sempre tutto un po’ male. Poi sull’autobus. La gente che parla.

FM: Tranquillo, ti sentivo benissimo.

***

Per sfogliare e acquistare The FLR: 

Alessandro Raveggi (Firenze, 1980) ha scritto, tra gli altri, la raccolta di racconti Il grande regno dell’emergenza (LiberAria, 2016), il romanzo Nella vasca dei terribili piranha (Effigie, 2012), i saggi Calvino americano (Le Lettere, 2012) e la prima introduzione italiana completa all’autore di Infinite Jest, David Foster Wallace (Doppiozero, 2014), il libro di poesia La trasfigurazione degli animali in bestie (Transeuropa, 2011), oltre ad aver curato la raccolta di racconti Panamericana (La Nuova Frontiera, 2016). Suoi testi sono apparsi su «minima&moralia», «Le parole e le cose», «Nazione indiana», «Poesia», «Doppiozero», «Alfabeta2», e su quotidiani come «Corriere della Sera» e «La Repubblica», nelle edizioni toscane.

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