CONDIVIDI

Ci permetterete una annotazione retro/vintage/ammorbante, e cioè che l’impressione è che viviamo in tempi talmente saturi di complottismi diffusi, di scie chimiche, di rettiliani non sospetti e di oscurantisti dell’ultima ora, di benaltristi agguerriti e di pletore di eserciti sgangherati stile Brancaleone da Norcia composti rispettivamente di buonisti e antibuonisti, da amici e nemici di Greta, da fedeli e nemici di Putin e di Papi, da apostoli o sconfessori del trash e da tutta una variegata ed ulteriore amalgama multiforme e multicolore chiamata idiozia, che il dibattito pubblico rischia di diventare un pericoloso slalom tra verità e finzione o noia e disperazione e che peraltro è infecondo e ammorbante non meno della nostra annotazione da uomo mentalmente d’età piuttosto avanzata.

Almeno una volta c’erano solo guelfi e ghibellini con cui fare i conti e tanto bastavaPer tutti questi motivi potrebbe risultare fondamentale confrontarsi con la illuminante apparente semplicità di un semestrale britannico dal nome tanto bello quanto pretenzioso: “Weapons of Reason”, cioè più o meno “armi della ragione”[1].
Già, perché non è necessario essere noiosi per parlare di cose serie. E di questo i britannici – va detto – sono maestri. E la rivista, usando un gioco di parole, non scherza. Non perché si dilunghi in battute e siparietti (in realtà non se ne contano molti), ma perché ha una grafica talmente godibile e colorata, e uno stile talmente fantasioso ed impattante, da saper mirabilmente unire una feroce critica al capitalismo a delle pecorelle stilizzate che rappresentano l’era del precapitalismo e il mito del buon selvaggio, e a rappresentare il mondo che va in rovina come la capocchia ardente di un fiammifero retto da una mano che potrebbe benissimo essere la nostra.

“Per essere follia c’è sicuramente del metodo”.

Di cosa si parla? Come se ne parla? Perché se ne parla?
Si affrontano argomenti seri. Ogni numero si concentra su uno in particolare. Nelle passate edizioni si è parlava di intelligenza artificiale, di etica del potere, di crescita sostenibile. Nel caso concreto si affronta la diseguale ripartizione delle risorse globali. Come argomento non è l’ultimo tagli di capelli di Anna Tatangelo, evidentemente. Peraltro è piuttosto consequenziale notare come un argomento tanto vasto si presti ad una notevole varietà di approcci. Ed allora si parla delle svantaggiose ripartizioni del welfare state britannico per i disabili e delle risorse nel modello di sviluppo cinese nei paesi africani (co-finanziamento/acquisizione delle infrastrutture e dei debiti pubblici), così come delle conseguenze degli svantaggi dei cambi climatici quasi esclusivamente per i paesi in via di sviluppo, del gap salariale per donne ed omosessuali, degli svantaggi
dei nuovi salariati privi di tutele gius-lavoristiche.
Veramente notevole è il livello medio degli autori che contribuiscono alla rivista, proprio perché calibrati e scelti di volta in volta per la loro connessione con il tema dominante. Vi si leggono contributi di professori e ricercatori universitari, di presidenti ed attivisti di associazioni connesse in varie parti del mondo con la lotta alla disuguaglianza e con la tutela dei beni comuni (quelli che nel gergo ONU sono le commons), freelance e antropologi. Tutto attorno a loro vi è la redazione, specializzata nel comporre con taglio sartoriale tutti i contenuti.

Weapons of Reason è un piccolo compendio di scienze politiche, attualità, sociologia e cara vecchia lotta di classe. Senza slogan banali, canzoni romantiche alla “addio Lugano bella” o inutili orpelli sensazionalistici, è una rivista impegnata, ma ponderata ed oggettiva.
Pur essendo talvolta rivoluzionaria nei contenuti (si parla di ridistribuzione delle risorse collettive, di nuovi sistemi globali, di lotta alle disuguaglianze, di alternative credibili al neoliberismo), non perde mai l’approccio serio ed oggettivo: dati, tabelle, sintesi… c’è tutto; suddiviso in capitoli dedicati al passato, presente e futuro, (di fatto trattasi di storia, analisi e proposte).
Centocinquanta pagine quadrangolari e densa di grafiche molto godibili alla cui fine si trova pure un utile
glossario (ma per qualche misteriosa ragione non vi è traccia alcuna di un indice).

Weapons of reason è una rivista curata, attenta ai dettagli e coerente. Peraltro scritta in un inglese assolutamente digeribile per chi abbia una minima conoscenza del lessico usato in contesti internazionali. La carta con cui è stampata è certificato FSC (cioè con non meno del 70% di materiale certificati e/o riciclato, così come non raccolto illegalmente[2]). L’impaginazione è peccaminosamente pop, attraente e divertente, colorata e sintetica.
Per chi se ne volesse rendere conto, basterà dare una occhiata al sito: https://weaponsofreason.com/.
Al di là di ciò che dicono loro, ciò che diciamo noi è che è un esperienza editoriale e culturale interessante e coinvolgente che è matura senza essere pedante e sognatrice senza essere utopica. Uno strumento notevole per chi non voglia incorrere nel rischio – che ci rendiamo conto essere angosciante – di vedersi risucchiato nella dicotomia di Gretini e Anti-Gretini da bancone del bar al sabato mattina, ma che voglia ragionare ed approcciarsi a problemi concreti e complessi senza perdere il fascino e l’istinto di una narrazione impegnata ma giovanile. Per il taglio di capelli di Anna Tatangelo, ci saranno senz’altro molte altre occasioni.

Per sfogliare e acquistare Weapons of Reason: 


[1]Il titolo giunge da uno spunto di Marco Aurelio “Non lasciare mai che il futuro ti disturbi. Lo incontrerai, se così deve
essere, con gli stessi poteri della ragione che oggi ti armano contro il presente”.
[2]Cioè non raccolto in violazione dei diritti tradizionali e delle popolazioni indigene, in foreste dove i valori elevati di
conservazione (HCV) sono minacciati, che vengono convertite in piantagioni o in uso non forestale o dove vengono
piantati alberi geneticamente modificati.

Lascia un commento

La tua mail non verrà pubblicata, * campi obbligatori